martedì 1 maggio 2012
L'APPRODO DI CHRISTIAN
1 Maggio 2012
A distanza di un mese, l'esperienza si sta rivelando semplimente bella.
Declinare "bella" è già qualcosa di complesso, perchè l'esperienza è fatta confrontandosi con diverse persone portatrici di culture differenti che si mettono in gioco per integrarsi in una nuova società.
Cogliere differenze è solo una questione legata alla percezione di diversi stili e abitudini, perchè la realtà è fatta da dinamiche relazionali uguali per tutti... quello che cambia è solo lo sguardo di chi vive l'esperienza!
La vita di gruppo è illuminante e a distanza di un mese posso dire con certezza che questa esperienza mi darà spunti per poter vivere quella che è l'esperienza più formativa che può essere affrontata nella vita: il viaggio.
Vedere l'entusiasmo messo da molti (da tutti) e la forza di adattamento a quelle che sono le nuove regole di socializzazione e comunicazione ha un valore grandissimo soprattutto oggi, considerando che siamo in un periodo di crisi generale.
A questo si aggiunge la difficoltà a comunicare, ed esprimere i bisogni dovuto a modi, usi e costumi.
Per capire meglio questo concetto faccio l'esempio della neve: per noi italiani è sufficiente la parola neve per definire la "neve" mentre popoli scandinavi o comunque del nord Europa vengono utilizzate oltre 22 parole differenti per descrivere differenti tipi di "neve".
Naturalmente il valore di questa esperienza non si limita solo a quanto percepito osservando da esterno il gruppo della casa, ma anche instaurando rapporti con le persone che la vivono.
Nel mio piccolo spero di poter ricambiare a queste energie dando una mano là dove chiedono aiuto e magari fare gruppo con loro attraverso l'arte e la musica.
Per adesso mi fermo qui, in attesa di comprendere meglio l'insegnamento di questa esperienza iniziata un mese fa.
Christian
venerdì 27 aprile 2012
APPRODO: L'INIZIO DI ROSARIA
Approdo è ogni giorno un viaggio in paesi diversi, alla scoperta di usi e costumi altri. In una parola è cultura! Un momento di scambio meraviglioso e insieme divertente è stato sedermi a tavola con tre ragazzi egiziani alle 9,30 del mattino davanti a una quaglia fritta imbottita di riso speziato e accompagnata dal mohalla (pane tipico) imbevuto nel miele..che dire, altro che caffè e biscotti! J
Poiché un buon incontro tra culture avviene anche grazie allo scambio culinario la mia idea è quella di proporre ai ragazzi la creazione di un ricettario multietnico, per dare a tutti la possibilità di esprimere e condividere la propria identità culturale.
..voi che ne pensate? Può essere un’idea carina?
A presto!
Rosaria
Cari amici, anzi carissimi amici,
è iniziato un nuovo percorso. Le nostre case famiglia si sono arricchite di nuovi amici: i Volontari del Servizio Civile 2012. Con loro riprendono ancora più fervide le nostre attività e a loro è dedicato questo mese. Ci racconteranno il loro ingresso in questo mondo per loro nuovo!
E allora non aspettiamo!!!Buona lettura e buon divertimento!
venerdì 30 marzo 2012
TUTTO INIZIO' CON UNA FIRMA
Era l’anno 2000, il Credito Artigiano, la nostra banca di zona, stava per concederci un prestito di oltre mezzo miliardo di lire… per accettare la proposta voleva però che ci facessimo garanti di quel prestito impegnandoci personalmente.Firmammo una fidejussione da un miliardo, per poter costruire quindi casablu, la prima casa-famiglia per persone con grave disabilità. Due anni dopo altra firma, quella della mamma e del papà di Salvatore, su un assegno da trecento milioni per poter acquistare una altra casa famiglia. Subito dopo un’altra firma, sempre la loro, stavolta su un mutuo da centomila euro. (Era l’anno del passaggio della lira all’euro). Altri due anni, altra firma, stavolta quella di Antonio, su un bellissimo progetto per una casa-famiglia per minori, che vinse un finanziamento importante e ci permise di acquistare l’approdo. Fino ad arrivare all’ultima firma, in ordine cronologico, per ora, la firma dei parenti di Tiziana che hanno donato l’eredità di una casa dicembre del 2011Tiziana era una persone con disabilità che viveva a casablu. Capiva con tanta fatica e con ancor più fatica si esprimeva. Ma chi la ha incontrata, chi con anni di pazienza ha imparato a decifrare il suo linguaggio, semplice ma pieno, ha imparato ad amarla. È il meccanismo dell’amore tra persone è sempre lo stesso, si conosce, si apprezza l’altro, per ciò che è e anche per ciò che non è. Così è stato per tanti anni per Tiziana a casablu, la casa famiglia che la ha accolta. Per aiutarla a mangiare ci voleva tanta pazienza, per farle ingoiare le medicine bisognava parlarle, convincerla, e lei era testarda e non ne voleva sapere, una lotta giocosa tutti i giorni che finiva poi con abbracci, ristate e battute pungenti che Tiziana non risparmiava a nessuno.Era amata proprio per questo. Aveva sempre una parola che definiva anni di relazioni. Una sintesi direi introvabile. Un giorno di novembre Tiziana si ammala. Banale influenza, lei è cagionevole di salute e viene ricoverata in ospedale. In ospedale le regole sono ferree. Le persone che per anni si sono prese cura di Tiziana possono entrare solo negli “orari di visita”. Per il resto Tiziana resta sola. E oltre lo sconforto per una persona ammalata e sola ci sono tutte le complicazioni per una persona che non sa comunicare in modo “normale” e che non ha bisogni “normali”. Difficile quindi per gli infermieri somministrare la terapia, ascoltarla mentre la mattina cercava di dire “ho freddo con le finestra aperte a novembre”. Sopraggiunge la polmonite, contratta in Ospedale. Così il dodici dicembre del 2004 Tiziana è morta. Inascoltata. Da sola.È passato del tempo da allora, anni. Il tempo necessario a trasformare una storia triste in speranza. Per tante altre persone come Tiziana. È la Speranza che da tanti anni ci anima: Spes contra spem. È il nome della cooperativa che anima casablu, casasalvatore, approdo e semi di autonomia. E’ la Speranza che vince la difficoltà, che guarda lontano, che costruisce…
lunedì 12 marzo 2012
CHI HA POCA MEMORIA HA MENO FUTURO
Luigi Vittorio ha scritto su Superando.it una lettera a Nicola Zingaretti introdotta sul sito in questo modo: "È una testimonianza forte, molto dura, quella che qui presentiamo, dove ci si "immerge" anche nelle tragedie più cupe della storie dell'umanità, sempre però tenendo gli occhi bene aperti su certe "storture" del presente. Una testimonianza molto dura, dicevamo, ma l'unica possibile - secondo Luigi Vittorio Berliri - per "aprire bene gli occhi" ai futuri candidati Sindaci di Roma, perché sappiano costruire «una città che sa fare cultura, una città che pensa e che non genera "mostri", una città che sa fare politiche sociali serie». Nella fattispecie, il destinatario del messaggio è Nicola Zingaretti, perché - scrive Berliri - «ad oggi è l'unico candidato con un volto preciso», ma crediamo di non tradire il pensiero dell'Autore di questo testo, affermando che la sua lettera aperta si rivolge a tutti i candidati Sindaci della Capitale":
Caro Nicola Zingaretti, seppure tu non sia ancora né il Sindaco né il candidato ufficiale della città di Roma, scrivo a te perché ad oggi sei l'unico candidato con un volto preciso e preferisco scrivere a una persona con una storia, che possa ascoltare e rispondermi, piuttosto che a un astratto ipotetico candidato. Ti scrivo per condividere ansie e speranze nel governo della nostra città.
Da tanti anni mi occupo di politiche sociali, in particolare coordinando le case famiglia per persone con disabilità a Roma. Le ansie sono dovute a un vero e proprio logoramento culturale. Mancano spazi di riflessione e di crescita delle idee e in questo vuoto rischiano di affermarsi pensieri spaventosi.
Negli anni Quaranta, nella Germania nazista, in un periodo di recessione economica, questo era un problema di matematica che veniva proposto ai bambini delle elementari: «Problema di matematica. Problema n° 97. Un pazzo costa allo Stato 4 marchi al giorno, uno storpio 5,50, un criminale 3,50. In molti casi un impiegato statale guadagna solo 3,50 marchi per ogni componente della sua famiglia, e un operaio specializzato meno di 2. Secondo un calcolo approssimativo risulta che in Germania gli epilettici, i pazzi, etc. ricoverati sono circa 300.000. Calcolare: quanto costano complessivamente questi individui ad un costo medio di 4 marchi? Quanti prestiti di 1.000 marchi alle coppie di giovani sposi si ricaverebbero all'anno con quella somma?» (Problema riportato in un manuale di matematica del 1940 fatto studiare nelle scuole elementari del Reich, in Adolf Borner, Mathematik in Dienst der Nationalpolitischen Erziehung, 1941, traduzione di Alessandro Berlini).
Non ti sembra molto simile a quanto ancora oggi in tanti dicono? Eppure lo sai che in Italia si spende appena lo 0,42% del Prodotto Interno Lordo per le politiche sociali? E non sono numeri lanciati li a caso, li raccontava Cristiano Gori alla recente conferenza Cresce il Welfare Cresce l'Italia, riportando unarticolo uscito sul «Sole 24 Ore» di qualche settimana fa [sulla conferenza citata dall'Autore, segnaliamo nel nostro sito il testo di presentazione, disponibile cliccando qui. Di Cristiano Gori, invece, segnaliamo anche, nel nostro sito, l'articolo disponibile cliccando qui, N.d.R.].
Ma torniamo agli anni Quaranta: fu allora che iniziò il cosiddetto Piano T4, progetto di eliminazione fisica di tutti i ricoverati nei manicomi, delle persone con disabilità. Furono sperimentate allora le prime camere a gas, poi usate per lo sterminio di milioni di persone. A tal proposito, nei giorni scorsi, a Roma, al Museo della Casa della Memoria e della Storia, c'è stata una mostra agghiacciante, dal titolo In Memoriam - Aktion T4 - Lo sterminio nazista delle persone con disabilità [se ne legga nel nostro sito cliccando qui, N.d.R.].
Ma cosa c'entra tutto questo settant'anni dopo? C'entra, perché chi ha poca memoria ha meno futuro, e la cultura, le idee che circolavano allora ricominciano a circolare oggi. Idee come «ci sono pochi soldi, e quindi tagli al welfare e al sociale» stanno circolando infatti a destra come a sinistra. Senza mai la capacità di entrare nel merito, di decidere le priorità.
Giustamente l'amico Pino Bongiorno, presidente di Legacoop Lazio, mi scriveva qualche giorno fa: «Non possiamo assistere inermi al declino della civiltà. Ogni cedimento genera culture negative, assuefazioni, degrado della vita pubblica. Dobbiamo ricostruire questo Paese. Da questa crisi deve uscire una società migliore e questo non avverrà, se si continuano a fare i ragionamenti rispetto ai soldi che non ci sono invece che su quali sono le priorità di spesa».
Vado avanti con la riflessione. Notizia di poche settimane fa è che addirittura si arriva a ipotizzare "l'infanticidio per i disabili" e due bioeticisti - italiani - sostengono da Melbourne che è giusto «ammazzare i bambini disabili» [se ne legga in questo sito anche in Franco Bomprezzi, Da seppellire nel «cimitero del pensiero stupido», disponibile cliccando qui, N.d.R.]. Un testo pubblicato dal «Journal of Medical Ethics», non certo da «Topolino»! Spaventoso. Ti cito solo un passaggio, e leggi quanto è simile a quella mentalità nazista: «Crescere questi bambini potrebbe essere una sofferenza insopportabile per la famiglia e per la società intera, qualora lo Stato provveda alle loro cure. […] Perciò, chiediamo che uccidere un neonato sia eticamente accettabile in questi casi»...
Dobbiamo saper condannare con forza una cultura incapace di accogliere e di includere: sono passati troppo pochi anni da quando un folle teorizzava che per loro era meglio morire: nella Germania (e poi nell'Italia!) nazista. Vigiliamo tutti assieme perché questo non accada. E diciamo con forza che per dire no a quell'obbrobrio firmato da due pseudo-bioeticisti bisogna dire sì a delle politiche sociali forti e capaci di dare risposte vere. Indicando le priorità e usando i soldi dei Cittadini per questo…
Lasciami aggiungere una nota personalissima, raccontata finora solo agli amici più stretti. Quando anni fai andai in visita ad Auschwitz, a un certo punto svenni. Il campo, come sai, è stato trasformato in museo e nel Block 5 sono esposti tutti gli ausili ortopedici tolti alle persone mandate alle camere a gas.
Tra questi ho riconosciuto dei tutori, identici a quelli che per tanti anni ha usato, per camminare, mio figlio. Immaginare dunque che settant'anni fa (non settemila) qualcuno abbia mandato alle camere a gas un bimbo come lui, mi ha sconvolto. Non che non lo sapessi, ma vederlo mi fece perdere i sensi. Immaginare cioè che si possa dire di lui «meglio che muori», è frutto di una cultura abominevole.
E allora quando sento quei ragionamenti rabbrividisco, e credo di avere il dovere, insime a tanti, di tenere alta la guarda, di riproporre con forza l'urgenza di politiche culturali serie…
Una città che sa fare cultura è una città che pensa e che non genera "mostri". Una città che sa fare politiche sociali serie è una città in cui il candidato Sindaco si presenta agli elettori e dice: «Cari Cittadini, per non tornare alle barbarie del nazismo, ma per accogliere tutte le persone, a prescindere dalle loro difficoltà, servono risposte concrete, che hanno un costo. L'assistenza, gli insegnanti di sostegno, le case famiglia. Vi chiederò dunque di destinare per questo la maggior parte del nostro bilancio, di fare sacrifici e di saper rinunciare ad altro. Condivideremo assieme una lista di priorità del buon governo. Sceglieremo assieme - ad esempio - se fare un centro congressi che costa milioni di euro, se costruire inutili opere pubbliche, se regalare soldi ad associazioni fantasma, a pioggia, o se concentrare le energie per i disabili, per la Caritas, per gli anziani, che "saremo" sempre di più» (scusa la non concordanza del verbo, ma ho la certezza/speranza di diventare anziano e vista la data di nascita, lo diventeremo assieme!). Questo mi aspetto dal candidato Sindaco!
Caro Nicola Zingaretti, seppure tu non sia ancora né il Sindaco né il candidato ufficiale della città di Roma, scrivo a te perché ad oggi sei l'unico candidato con un volto preciso e preferisco scrivere a una persona con una storia, che possa ascoltare e rispondermi, piuttosto che a un astratto ipotetico candidato. Ti scrivo per condividere ansie e speranze nel governo della nostra città.
Da tanti anni mi occupo di politiche sociali, in particolare coordinando le case famiglia per persone con disabilità a Roma. Le ansie sono dovute a un vero e proprio logoramento culturale. Mancano spazi di riflessione e di crescita delle idee e in questo vuoto rischiano di affermarsi pensieri spaventosi.
Negli anni Quaranta, nella Germania nazista, in un periodo di recessione economica, questo era un problema di matematica che veniva proposto ai bambini delle elementari: «Problema di matematica. Problema n° 97. Un pazzo costa allo Stato 4 marchi al giorno, uno storpio 5,50, un criminale 3,50. In molti casi un impiegato statale guadagna solo 3,50 marchi per ogni componente della sua famiglia, e un operaio specializzato meno di 2. Secondo un calcolo approssimativo risulta che in Germania gli epilettici, i pazzi, etc. ricoverati sono circa 300.000. Calcolare: quanto costano complessivamente questi individui ad un costo medio di 4 marchi? Quanti prestiti di 1.000 marchi alle coppie di giovani sposi si ricaverebbero all'anno con quella somma?» (Problema riportato in un manuale di matematica del 1940 fatto studiare nelle scuole elementari del Reich, in Adolf Borner, Mathematik in Dienst der Nationalpolitischen Erziehung, 1941, traduzione di Alessandro Berlini).
Non ti sembra molto simile a quanto ancora oggi in tanti dicono? Eppure lo sai che in Italia si spende appena lo 0,42% del Prodotto Interno Lordo per le politiche sociali? E non sono numeri lanciati li a caso, li raccontava Cristiano Gori alla recente conferenza Cresce il Welfare Cresce l'Italia, riportando unarticolo uscito sul «Sole 24 Ore» di qualche settimana fa [sulla conferenza citata dall'Autore, segnaliamo nel nostro sito il testo di presentazione, disponibile cliccando qui. Di Cristiano Gori, invece, segnaliamo anche, nel nostro sito, l'articolo disponibile cliccando qui, N.d.R.].
Ma torniamo agli anni Quaranta: fu allora che iniziò il cosiddetto Piano T4, progetto di eliminazione fisica di tutti i ricoverati nei manicomi, delle persone con disabilità. Furono sperimentate allora le prime camere a gas, poi usate per lo sterminio di milioni di persone. A tal proposito, nei giorni scorsi, a Roma, al Museo della Casa della Memoria e della Storia, c'è stata una mostra agghiacciante, dal titolo In Memoriam - Aktion T4 - Lo sterminio nazista delle persone con disabilità [se ne legga nel nostro sito cliccando qui, N.d.R.].
Ma cosa c'entra tutto questo settant'anni dopo? C'entra, perché chi ha poca memoria ha meno futuro, e la cultura, le idee che circolavano allora ricominciano a circolare oggi. Idee come «ci sono pochi soldi, e quindi tagli al welfare e al sociale» stanno circolando infatti a destra come a sinistra. Senza mai la capacità di entrare nel merito, di decidere le priorità.
Giustamente l'amico Pino Bongiorno, presidente di Legacoop Lazio, mi scriveva qualche giorno fa: «Non possiamo assistere inermi al declino della civiltà. Ogni cedimento genera culture negative, assuefazioni, degrado della vita pubblica. Dobbiamo ricostruire questo Paese. Da questa crisi deve uscire una società migliore e questo non avverrà, se si continuano a fare i ragionamenti rispetto ai soldi che non ci sono invece che su quali sono le priorità di spesa».
Vado avanti con la riflessione. Notizia di poche settimane fa è che addirittura si arriva a ipotizzare "l'infanticidio per i disabili" e due bioeticisti - italiani - sostengono da Melbourne che è giusto «ammazzare i bambini disabili» [se ne legga in questo sito anche in Franco Bomprezzi, Da seppellire nel «cimitero del pensiero stupido», disponibile cliccando qui, N.d.R.]. Un testo pubblicato dal «Journal of Medical Ethics», non certo da «Topolino»! Spaventoso. Ti cito solo un passaggio, e leggi quanto è simile a quella mentalità nazista: «Crescere questi bambini potrebbe essere una sofferenza insopportabile per la famiglia e per la società intera, qualora lo Stato provveda alle loro cure. […] Perciò, chiediamo che uccidere un neonato sia eticamente accettabile in questi casi»...
Dobbiamo saper condannare con forza una cultura incapace di accogliere e di includere: sono passati troppo pochi anni da quando un folle teorizzava che per loro era meglio morire: nella Germania (e poi nell'Italia!) nazista. Vigiliamo tutti assieme perché questo non accada. E diciamo con forza che per dire no a quell'obbrobrio firmato da due pseudo-bioeticisti bisogna dire sì a delle politiche sociali forti e capaci di dare risposte vere. Indicando le priorità e usando i soldi dei Cittadini per questo…
Lasciami aggiungere una nota personalissima, raccontata finora solo agli amici più stretti. Quando anni fai andai in visita ad Auschwitz, a un certo punto svenni. Il campo, come sai, è stato trasformato in museo e nel Block 5 sono esposti tutti gli ausili ortopedici tolti alle persone mandate alle camere a gas.
Tra questi ho riconosciuto dei tutori, identici a quelli che per tanti anni ha usato, per camminare, mio figlio. Immaginare dunque che settant'anni fa (non settemila) qualcuno abbia mandato alle camere a gas un bimbo come lui, mi ha sconvolto. Non che non lo sapessi, ma vederlo mi fece perdere i sensi. Immaginare cioè che si possa dire di lui «meglio che muori», è frutto di una cultura abominevole.
E allora quando sento quei ragionamenti rabbrividisco, e credo di avere il dovere, insime a tanti, di tenere alta la guarda, di riproporre con forza l'urgenza di politiche culturali serie…
Una città che sa fare cultura è una città che pensa e che non genera "mostri". Una città che sa fare politiche sociali serie è una città in cui il candidato Sindaco si presenta agli elettori e dice: «Cari Cittadini, per non tornare alle barbarie del nazismo, ma per accogliere tutte le persone, a prescindere dalle loro difficoltà, servono risposte concrete, che hanno un costo. L'assistenza, gli insegnanti di sostegno, le case famiglia. Vi chiederò dunque di destinare per questo la maggior parte del nostro bilancio, di fare sacrifici e di saper rinunciare ad altro. Condivideremo assieme una lista di priorità del buon governo. Sceglieremo assieme - ad esempio - se fare un centro congressi che costa milioni di euro, se costruire inutili opere pubbliche, se regalare soldi ad associazioni fantasma, a pioggia, o se concentrare le energie per i disabili, per la Caritas, per gli anziani, che "saremo" sempre di più» (scusa la non concordanza del verbo, ma ho la certezza/speranza di diventare anziano e vista la data di nascita, lo diventeremo assieme!). Questo mi aspetto dal candidato Sindaco!
Luigi Vittorio Berliri
mercoledì 8 febbraio 2012
CARTA DEI DIRITTI DELLE PERSONE DISABILI IN OSPEDALE
Il lavoro che segue nasce da una esperienza vissuta. E come spesso accade dal particolare si passa all’universale e esperienze vere e vive ci danno l’occasione per una riflessione astratta, per poter generalizzare e far poi ridiventare l’astrazione risposte concrete. Nasce dall’incontro con Tiziana e la sua avventura in un ospedale romano.
Tiziana è una donna con disabilità accolta in una casa famiglia per persone con grave disabilità. Capisce con tanta fatica e con ancor più fatica si esprime. Ma chi la ha incontrata, chi con anni di pazienza ha imparato a decifrare il suo linguaggio, semplice ma pieno, ha imparato ad amarla. È il meccanismo dell’amore tra persone è sempre lo stesso, si conosce, si apprezza l’altro, per ciò che è e anche per ciò che non è. Così è stato per tanti anni per Tiziana a casablu, la casa famiglia che la ha accolta. Per aiutarla a mangiare ci voleva tanta pazienza, per farle ingoiare le medicine bisognava parlarle, convincerla, elei era testarda e non ne voleva sapere, una lotta giocosa tutti i giorni. Che finiva poi con abbracci, ristate e battute pungenti che Tiziana non risparmiava a nessuno. Era amata proprio per questo. Aveva sempre una parola che definiva anni di relazioni. Una sintesi direi introvabile. Un giorno di novembre Tiziana si ammala. Banale influenza, lei è cagionevole di salute e viene ricoverata in ospedale. In ospedale le regole sono ferree. Le persone che per anni si sono prese cura di Tiziana possono entrare solo negli “orari di visita”. Per il resto Tiziana resta sola. E oltre lo sconforto per una persona ammalata e sola ci sono tutte le complicazioni per una persona che non sa comunicare in modo “normale” e che non ha bisogni “normali”. Difficile quindi per gli infermieri somministrare la terapia, ascoltarla mentre la mattina cercava di dire “ho freddo con le finestra aperte a novembre”. Sopraggiunge la Polmonite, contratta in Ospedale. Nel rapporto con il paziente l’ascolto dei suoi bisogni è fondamentale per individuare la cura. Così il dodici dicembre del 2004 Tiziana è morta. Inascoltata. Da sola. È passato del tempo da allora, anni. Il tempo necessario a fare di questo lavoro non una rivendicazione o una “riparazione” a un torto subito, ma il tentativo di trasformare una storia triste in speranza. Per tante altre persone come Tiziana. È la Speranza che da venti anni ci anima: Spes contra spem. È il nome della cooperativa che anima casablu. E’ la Speranza che vince la difficoltà, che guarda lontano, che costruisce.
COMITATO SCIENTIFICO
Nome, cognome e ruolo
Claudio Imprudente, scrittore e giornalista
Marco Bertelli, psicologo
Angelo Mantovani, Direttore Scientifico DAMA
Carlo Valerio Bellieni, dirigente medico Azienda Sanitaria Senese
Linda Cestaro, responsabile infermieristico DAMA
Maria Luisa Di Pietro, professoressa Bioetica e Igiene UCSC
Serafino Corti, Direttore dipartimento disabili della Fondazione Istituto Ospedaliero di Sospiro (CR)
COMITATO ORGANIZZATIVO
NICOLA PANOCCHIA
LUIGI VITTORIO BERLIRI
ANGELA GENTILE
CLAUDIA ORIETI
ROSSELLA LAURO
mercoledì 11 gennaio 2012
IL SALUTO DI GIULIA
25 novembre 2011, il mio 25 compleanno. Oggi ho compiuto 25 anni! Un quarto di secolo!!!!! Mi alzo come tutte le mattine presto per andare a lavoro: mi aspetta una lunga giornata. Oggi è venerdì devo fare ricerca lavoro con i ragazzi, mi sbrigo: non devo fare tardi...da giorni aspettavo momento, non ho mai aspettato un compleanno con così tanta ansia. Vado, vado a prendere le paste per festeggiare con i miei ragazzi. Arrivo tardissimo e in casa famiglia la notte è stata un trambusto: litigi su litigi, come in tutte le case, come in tutte le famiglie in cui ci sia almeno un adolescente, e lì ce ne sono 8 sotto i 18 anni e 6 dai 18 anni in su. Nonostante il trambusto notturno nessuno si è scordato di me. Appena entro mi corre incontro Adriana, la cuoca, “puffa” la chiamo sempre, prchè è piccoletta, “auguri chicca!!” mi urla e a me già viene da piangere. “Chicca, Chicca!!!!!!” Qua!!!!” sento nella mia testa: Chicca è una delle espressioni usate da Giulia, non un'operatrice, non un'ospite dell'Approdo, ma un'ospite di Casablu, occhi azzurro cielo, labbra rosa sorriso raggiante alternato a lacrimoni.
Dopo aver salutato e scherzato con Adriana vado....S. “Rosa spina” lo chiamo, come la bella addormentata nel bosco (è facile capire il perchè), non è ancora sveglio e deve assolutamente fare ricerca lavoro, ogni momento è prezioso, ci metto sempre una buona mezz'oretta a convincrlo ad alzarsi dal letto. Mentre facciamo ricerca lavoro chiusi in Semi di Autonomia, sento un ragazzo cantarmi una canzone di auguri, mi giro, ecco il piccoletto, il più piccolo della casa famiglia, viso da bimbo, sorriso dolce; si avvicina a me tutto vestito per uscire e mi dice “Auguri! Vado in giro con... a Porta di Roma, per pranzo torniamo, facciamo festa!”
In effetti la festa la facciamo, Adriana va a prendere le paste, io mi vergogno, festeggiamo con tutti, è stato molto bello. Ricorderò per sempre questo giorno, uscita non faceva altro che pensare “non farò mai più 25 anni e sono contenta di averli festeggiati con loro”
Descrivere in poche parole un anno intenso e pieno come quello che ho vissuto io è difficile, impossibile mettere per iscritto la fatica, fisica e mentale l'impegno, la gioia, la tristezza, il senso di sconfitta ma soprattutto il senso di appartenenza!!!!!!Non sono sensazioni che si spiegano o si descrivono, si provano e basta.
In questo cortissimo anno di lavoro non mi sono occupata solo di Approdo e Semi di autonomia, ho costruito e vissuto. Il mio servizio civile è stato un doppio servizio civile: divisa fra Semi di autonomia e comunicazione web, 15 ore e 15 ore. Mi sono occupata di visite mediche, scuola, tempo libero, ricerca casa, ricerca lavoro, social network, blog newsletter, buste, e tutto quanto concerne il sociale. Oggi so, so cosa c'è dietro una coop. o un associazione onlus, cosa c'è dietro quello che si vede: impegno, fatica, speranze....tante tante speranze e tanto impegno. Ho imparato a fare delle speranze di ragazzi, degli operatori, del CDA, dei soci, le mie speranze così come loro hanno fatto con le mie.
È scontato che non si è trattato affatto di un anno semplice e allegro: ci sono stati momenti in cui ho disperato delle mie capacità della mia utilità a Spes contra spem, momenti in cui mi sono sentita più un peso che un aiuto, momenti in cui avrei mollato tutto, in cui ero arrabbiata, momenti in cui mi veniva da piangere ed ho effettivamente pianto...ma in quale relazione di qualsiasi tipo non ci sono momenti difficili da superare??? In questo anno ho conosciuto me stessa: ho capito cosa so fare a cosa posso aspirare, ho conosciuto Giulia, non Giulia di Casa blu, Giulia IO! Mi sono riconosciuta nella parole di Rossella, di Federica, negli scherzi di Michela e nel sorriso di Claudia, ho visto me negli occhi di Antonella e di Angela, in quelli dei ragazzi, ho sentito i loro sorrisi quando li abbracciavo e li accarezzavo, il sorriso di tutti ma proprio di tutti i ragazzi di Spes contra spem.
Come descrivere in una sola pagina un anno intero: quello che si è detto, visto, vissuto, urlato, provato, mangiato; raccontare la paura e il timore iniziale la gioia, le risate, la rabbia, la pazienza persa ogni volta che un ragazzo non ti ascolta, quando si rompe il computer e non puoi lavorare; difficile raccontare la fatica per entrare in mondi che non conosci, in menti che non puoi capire eppure le devi capire, le devi sentire come le sentono gli altri perché nel momento in cui le metti sul web TU sei la LORO mano, il loro corpo e devi provare esattamente quello che provano loro nel momento in cui scrivono quello che tu devi pubblicare.
In un anno sono stata il corpo di chi non lo poteva usare la voce di chi non poteva alzarla o non riusciva a farsi capire; ho lottato per i bisogni di ognuno come se fossero i miei e ne vado fiera.
In un anno ho imparato tantissimo, soprattutto ho imparato che devo sempre imparare e scoprire e che non sempre studiando si impara. Certo studiare aiuta, ma molto io l’ho imparato facendolo è provandolo.
Non saprei dare una definizione di “UN ANNO DA RIFARE” come lo chiamarono i ragazzi che ci hanno preceduti, troppo ci sarebbe da dire da ricordare…troppo e troppo intenso.
Mi hanno appena chiesto di scrivere una frase da lasciare ai ragazzi dell’Approdo per un CD in cui vedranno le nostre foto: la mia frase è questa: “Saprò alzarmi in volo per vedere dove sei, ti manderò a dire goodbye”; da una canzone dei Nomadi che negli ultimi giorni ascolto spesso pensando a questo anno e credo che questa frase dica molte più cose di quante potrei dire io stessa!
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